Ha scritto di Salvatore Girgenti:

Anna Maria Ruta

Paesaggi dell'anima

È un ritorno questo di Girgenti, un ritorno atteso, voluto, del pensiero e dell’anima, un ritorno alle radici, alla terra lasciata da anni: a tornare però oggi sono solo i suoi dipinti, perché un amaro caso ha voluto che proprio lui, l’artista, non possa rivederla, almeno per ora, la Sicilia. L’ha comunque sempre macerata nella memoria, ripercorsa nelle sue tante sfaccettature la sua terra, con gli occhi della mente, l’ha trasfigurata e fissata da quasi un quarantennio nel suo itinerario artistico. Forse è per questo, per non dimenticarle queste visioni interiori, che Salvatore Girgenti ha scelto di ripercorrere e sondare con il pennello solo l’iconografia del paesaggio, un paesaggio solitario, che vive di silenzio nell’assenza dell’uomo, e non soltanto perché Girgenti come pittore non vuole cimentarsi con la figura umana, ma soprattutto perché il rapporto con la “sua” natura deve rimanere un fatto unico, tutto suo, che non può interrompere il dialogo a due, fortemente interiorizzato, vissuto con commozione e tenacia. Le immagini allora si connotano di suggestioni complesse, intriganti, in cui il piano autobiografico, che vi si innesta, modula una simbologia esistenziale, le cui radici affondano nelle maglie segrete della coscienza, nel serraglio contorto dell’io. Alla ricerca del tempo perduto e della sua più autentica identità, l’artista ora si abbandona al lirismo ora ad una tumultuante epifania memoriale di mari in tempesta, di scorci montuosi impervi, di schegge rocciose, di alberi fantasmi, i cui rami si allargano e si avvolgono in neri contorcimenti, quasi danze infere, intrise di un personale espressionismo, quello della natura, quello appreso da Kokoschka e soprattutto dall’amato Van Gogh, così presente negli inquietanti sterpi, nei cardi, nelle spinosità che popolano le sue visioni, ma da lui soprattutto avvertito come necessità di segno pittorico di fronte al proprio sentire. Gli alberi fantasmatici sono neri e il nero è colore complesso e ambiguo, simbolo del caos, ma anche metafora di regressione e di morte, motore di angoscia e insieme di rigenerazione, icona del mistero e dell’inconoscibile. Così Girgenti, che negli ultimi anni si è molto applicato alla ricerca del colore, provando e riprovando gamme cromatiche e agglomerati materici, come unico oggetto del suo fare pittura, è transitato dal figurativo, sempre rivisitato e interpretato, alle linee e alle stesure e spatolature astratte, a segmenti e figure geometriche, che alludono ai costoni rocciosi, alle pareti di calanchi, all’aspro e arido reticolato del terreno argilloso di Sicilia, dove si scarica la sua tormentata malinconia, la sua ricerca del varco, della meta finale. L’inconoscibile si diceva prima, perché questo sembra tormentare l’artista, l’ostacolo, il limite, oltre il quale vorrebbe proiettarsi, nell’ansia di infinito che lo pervade, la tensione a raggiungere la meta, che sta là, si vede, ma non si può toccare, perché sempre una qualche barriera, insita nella natura stessa, la rende lontana. Il mare è là, il sereno e là, ma non gli appartiene. In questa consapevolezza si sono oscurate e sono diventate più ambigue  in questi ultimi anni le luminosità limpide ed evanescenti di un tempo, si è incupito il sereno equilibrio che sembrava aleggiare nelle sue antiche immagini, dove talvolta allo sky line del paesaggio siciliano, alle sue linee, ai suoi colori si mescolavano quelli diversi del territorio emiliano, sua nuova patria da molti anni, in una mistione  di elementi che rivelavano la complessità delle sue esperienze e della sua personalità. Gli anni sono passati e le angosce si sono moltiplicate, ma l’esercizio pittorico si è sempre voluto cimentare con altre possibilità linguistiche, dimostrando la vitalità intellettuale e la sottile sensibilità di un vero poeta-pittore.

                                                                                                           Anna Maria Ruta

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