Ha scritto di Salvatore Girgenti:

Pietro Quartani

Pietre che parlano. Paesaggio e vita nell’opera di Salvatore Girgenti

Il critico che si accinge a parlare dell’opera di Salvatore Girgenti si trova di fronte una immediata difficoltà. Non riesce, cioè, a rifugiarsi nel porto sicuro delle parentele artistiche, delle correnti riconosciute, delle analogie con alcuni grandi dell’arte, nella cui scia inserire l’opera di questo artista tanto singolare quanto completo.

Per parlarne occorre allora uscire dalle ossessioni definitorie e lasciarsi trasportare dalle suggestioni dei sensi, che subito ci indicano l’intrecciarsi nei suoi paesaggi di temi che hanno pervaso, sotto diverse angolature, il cammino dell’arte nella contemporaneità. Mi riferisco ad un uso del paesaggio che in Girgenti compendia ed amplifica le strutture più intime del fare arte. Così possiamo al contempo toccare con mano e – questo è l’aspetto più sorprendente – simultaneamente, una lettura dell’ambiente fatta di impressioni, in cui una luce calda informa di sé le cose, più spesso soverchiata da una soggettività in cui è evidente la proiezione esteriore dell’autore che si esprime con e attraverso la natura.

Non ultima convive un’attitudine a tirar fuori (astrarre) le ragioni intime di una materia assunta quasi a simbolo esistenziale. Sono convinto che questa capacità di riassumere nella propria opera stimoli così diversi, seppur temporalmente definiti, della ricerca artistica, tragga origine dalla vocazione tardiva di Girgenti alla pittura, vocazione preceduta da un solido e ostinato esercizio intellettuale.

Un percorso, quello artistico di Girgenti, che non si sviluppa su una semplice linea evolutiva (il paesaggio scrutato nelle sue diverse manifestazioni), ma si potrebbe dire esploso attraverso un punto geometricamente attraversato da infinite linee (il paesaggio come topografia interiore, come metafora esistenziale, come soggetto/oggetto del desiderio….). E, come Proust, Girgenti sembra spinto alla creazione mosso dalla necessità di cercare un passato disperso, o se vogliamo abbandonarci a suggestioni psicoanalitiche,  dall’esigenza di ricreare un oggetto perduto, ricucire lo strappo interiore della vita, dominare una regressione a pulsioni che sanno di infanzia e di morte, di ricordo e di nostalgia. Già, la nostalgia, ma non quella stucchevole e di facciata che la rende generico ricordo, piuttosto un sentimento che pervade il presente e gli dà forma, un ritorno dello sguardo di un bambino, ora ottantenne, ad un isola che non c’è, la ricerca di una luce interiore infranta sugli scogli della vita. Così i suoi paesaggi in cui un colore dai toni caldi e pacati falsamente ci rassicura, racchiudono lo sguardo dell’altro, divengono paesaggio di paesaggi, che ad ogni opera moltiplica ed eleva a potenza la rappresentazione e, con essa, la percezione di un composto pessimismo.

Potremmo prendere a prestito un’efficace espressione di Andrea Camilleri,  conterraneo siciliano di Salvatore Girgenti, e definire la sua arte “mutanghera”, ricca cioè di quei siciliani silenzi, di quelle omissioni eloquenti, di quella trattenuta ironia che a tratti si dispiega con tagliente giudizio sul mondo e sulle cose. Sulle tele di Girgenti  gesto e colore fondono le proprie attitudini e lo spessore materico della pennellata dialoga per contrasto con un colore trattenuto su toni urbani, mai eccessivi.

Sappiamo che il suo sguardo supera il sipario dei muri e degli scogli  rappresentati sulla tela, che con concettuale operazione non delimitano ma aprono ad orizzonti interiori.

A noi resta l’esercizio di dare un senso a quelle pietre e se siamo usi a considerare i discorsi più pregnanti come “parole che pesano come pietre”, in questo caso ci troviamo di fronte alla rappresentazione di pietre che parlano, rammentando che anche per noi, come scrive Girgenti in una poesia del 2005: “negli anfratti/oscuri e contorti della scogliera/tristi coreuti commentano/la nostra rappresentazione”.

Gennaio  2008

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