Ha scritto di Salvatore Girgenti:

Piero Longo
Inaugurazione della mostra delle opere di Salvatore Girgenti
18 agosto 2009

Biblioteca Comunale “G. Mavaro”, Lercara Freddi (PA)

Ringrazio il Sindaco, l’Assessore, l’architetto Stefano Zangara e i nipoti di Salvatore Girgenti, che mi hanno dato l’occasione di riflettere su un pittore, che è anche un intellettuale. Conoscevo Girgenti come autore di poesia – io mi occupo di poesia, oltre che di critica d’arte –, ma quando ho incontrato i suoi parenti a Palermo, in occasione della mostra delle sue opere alla galleria Elle Arte (20 marzo-9 aprile 2009), e mi hanno chiesto d’intervenire a questa inaugurazione, sono stato molto felice di farlo.

Si tratta, come diceva il Sindaco, di una personalità che certamente dà lustro alla sua terra, al suo luogo di partenza. Le vicende di noi uomini sono sempre legate al nostro territorio e a ciò che siamo. Poi, le vicende ci portano altrove. In genere per gli artisti siciliani – basti pensare a Guttuso, Caruso e tutti gli altri pittori che hanno avuto fama – bisognava partire da questa isola, ricordarla con nostalgia struggente, ricostruirla nel pensiero, per poi diventare qualcuno. Pensate a Quasimodo, al modo in cui egli torna alla poesia: deve sentirsi solo a Milano, tra i navigli, sotto la guerra, per ripensare alla Sicilia e alla sua grandezza. E ha dato una grande poesia, che però adesso è stata messa in crisi dalla cultura contemporanea, addirittura è stato tolto dalle antologie. D’altra parte, vogliono togliere anche gli stipendi a noi del Sud, quindi, non c’è molto da meravigliarsi. Non voglio essere polemico, ma credo che l’ironia sia l’unica grande arma e la cultura, una grande cultura è fatta d’ironia, a volte, e di meditazione nostalgica.

Sono lieto che la presentazione della mostra di Salvatore Girgenti avvenga in questa sala dove io ero intervenuto altre volte, per parlare della grande cultura che questa parte della Sicilia rappresenta e risale all’epoca pre-greca: noi abbiamo avuto la storia più complessa di tutto il Mediterraneo, perché tutte le culture del Mediterraneo si sono ritrovate qui e noi siamo non la somma, ma il prodotto, di una serie di accidenti della storia, che ci ha fatti quelli che siamo e che ha dato soprattutto adito a che gli artisti potessero mettere in luce questa coscienza della propria terra, non nel senso in cui in genere si parla della terra come le radici, il proprio comune, nel senso italico antico dei comuni che si fanno guerra tra loro, ma terra come geografia universale. Essere siciliani ci aiuta a capire l’Oriente, il Sud, il Nord, perché la nostra cultura non è stata mai chiusa in un’isola, la nostra è stata un’isola dove tutti sono arrivati e noi siamo il frutto di un’elaborazione che oggi forse dovrebbe essere modello dell’umanità globale, tra virgolette, perché la globalizzazione è uno strumento che anche l’arte ha capito.

Salvatore Girgenti ha cominciato a dipingere quando era già maturo come persona, avete insegnato, aveva avuto le sue esperienze, era partito dalla Sicilia e ha vissuto in una regione italiana “centrale”, per cui forse guardava le cose con più equilibrio, magari con un temperamento rivolto soprattutto a ciò che è l’innovazione. Non ha inventato nulla nella pittura, non è stato un artista “d’avanguardia”, come si suol dire. L’avanguardia è un’invenzione primo novecentesca. Il futurismo fu un’avanguardia. Ci sono momenti in cui alcuni uomini credono, pretendono di essere inventori di una cosa e d’imporla, ma magari stanno ancora indietro nel tempo, perché la vera rivoluzione è quella interiore, quella che trasforma il nostro rapporto con gli uomini, con le cose, con gli oggetti, ma soprattutto con la natura, nel rispetto della natura. E questi quadri di Salvatore Girgenti rispecchiano proprio questo, tanto che ho voluto intitolare l’incontro di oggi Natura e poesia nei paesaggi di Salvatore Girgenti, perché il paesaggio è il territorio, ma non è un territorio circoscritto, provinciale, ma un territorio sognato, visto, rivisto e risognato, e visto nel contesto dell’umanità. Voglio leggervi una sua poesia che credo ci aiuti a vedere meglio questa restituzione. E credo che i nipoti e l’Assessore abbiano fatto bene a scegliere questa sala in cui s’integrano due cose: una cultura antichissima del territorio e un uomo che la legge in una dimensione che guarda sì questo mondo da cui è partito ma che ha un orizzonte vastissimo. Guardate che meraviglia i colori di quel paesaggio stratificato nel tempo, oppure il mare che all’improvviso appare lontano, che non è questo o quel mare, ma il mare come concetto. E il pittore non fa altro che riprodurre non la realtà come una fotografia, ma la realtà vissuta, pensata, risognata. Non è soltanto nostalgia di una cosa bella e passata, ma una natura nella quale l’uomo “vive”, lieto della sua felicità, anche se non c’è più.
Vorrei che facessimo una carrellata tra le opere qui esposte e di cui l’architetto Stefano Zangara ha fatto un filmato, riportandole in ordine cronologico, dalle più antiche alle più recenti, di cui questo quadretto è quasi un biglietto da visita che è stato mandato a noi: una memoria di cielo della Sicilia, del grano, dell’oro, però con un cielo molto, molto piatto e triste. E bisogna capire da dove nasce: dall’età che superiamo e dalla condizione in cui ci troviamo. Le tecniche che lui usa sono quelle della tradizione: l’olio, la tela. Voi sapete che oggi l’arte è tutt’altra cosa, o meglio si spacciano per arte tante altre cose, che forse lo sono in realtà, come idea, ma non hanno più quella producibilità e riproducibilità che un tempo era una sigla importante dell’arte. Oggi noi non abbiamo più la possibilità di riprodurre una cosa d’arte perché ci sono già riproduzioni di per sé. Una volta, per esempio, si copiava Caravaggio, si copiava Michelangelo, oggi invece si fotografa e si filma in tre dimensioni, addirittura, e dunque, secondo alcuni, l’arte tradizionale non ha più significato. Allora s’inventano installazioni con pietre e tutti i materiali possibili, a volte divertenti, altre intelligenti, geniali, ma che trovano il tempo che trovano, perché si fanno e finiscono lì. Non è più una memoria stabile. Allora, nell’arte tradizionale, c’è ancora qualcosa che si chiama ancora pittura, mentre oggi non si parla più di pittura, ma di arti visive, di cose che si vedono e sono shockanti, anzi, quanto più sono shockanti tanto più interessano, ma, dopo lo shock, non resta più nulla. Queste opere di Salvatore Girgenti invece resteranno, perché sono fatte di tela, di legno, di colori, i colori sono fatti di essenze naturali e il colore è passato o con il pennello o con la spatola oppure è aggrumato, le tecniche sono diverse: quella più tradizionale del pennello con il colore passato, quella in cui la spatola, un oggetto fatto di lamiera, a seconda della forza che s’imprime nel dare il colore e della maniera in cui viene mossa, restituisce l’emozione interiore. Io guardo un paesaggio e il paesaggio mi dice qualcosa, qualcosa che il pittore fa vibrare o attraverso il pennello o attraverso la spatola o aggrumando il colore come in quelle opere che si definiscono materiche, proprio perché spesso il colore, sovrapponendosi, crea la terza dimensione. Con Salvatore Girgenti siamo nell’ambito della tradizione della pittura, però è riconoscibile una matrice di grande modernità, proprio perché si tratta di espressionismo, che vuol dire che io, impressionato dal paesaggio, quindi preso dalla natura che mi circonda o dalle cose che mi parlano, cerco di reagire con i miei sensi, in questo caso con il senso della vista. Ma c’è anche tutto il contesto: quella marina o quel paesaggio magari sono più tristi rispetto a altri. Perché? Perché l’emozione di quel momento ha provocato nel pittore o nel poeta determinate immagini che ci restano e che sono date o dal semplice pennello o dall’aggregazione del colore o dalla forza che egli imprime. Dell’impressione, appunto. Vi ricordo che l’Ottocento fa nascere l’impressionismo. E che differenza c’è tra l’impressionismo e questo, che è espressionismo? Quello di portare la propria emozione a espressione. E ancora di più ci dice il poeta, che non è un intellettuale soltanto perché dipinge ma anche perché pensa, ha insegnato e sa che cosa vuol dire avere un rapporto col mondo e col pensiero che governa il mondo. Quindi, nelle sue poesie forse noi troviamo la sua poetica. Natura e poesia nei paesaggi. Vi ricordo che la natura è poesia e la poesia può essere anche poesia della natura. Io intendo invece con il titolo che ho dato a questa mostra come da grande poeta questo nostro pittore, questo ragazzino che visse qua poco tempo e poi è andato via, ha avuto quasi un imprinting, come si può notare in tutte queste memorie. Pensate a uno che già negli anni settanta incomincia a dipingere e si trova in Emilia Romagna, a Bologna, dove è chiaro che il colore non è questo, ma tutto sbiadito – con tutto il rispetto e non voglio correre il rischio di diventare campanilista –, ma io ho visto qualche paesaggio di Girgenti tendente alla tristezza, con colori che non sono i nostri azzurri, i nostri rossi, questa natura esuberante. Eppure, pur essendo partito tanto tempo fa, permane in lui questo imprinting della Sicilia, quello che io ho chiamato cromatismo siciliano, che è quello che ci differenzia.

L’intera storia della pittura è costruita prendendo come riferimento Piero della Francesca e altri, ma molti dimenticano che in quel momento il maestro di tutti era Antonello da Messina, per il colore, la prospettiva e tutto quello che noi purtroppo non abbiamo saputo conservare, la tragedia nostra è proprio questa. Io dico sempre che una grande cultura si può misurare dalla sua decadenza, noi stiamo vivendo una grandissima decadenza, perché siamo reduci di una grande cultura. Come quelle grandi famiglie che hanno castelli, palazzi e terreni a cui non dedicano nessuna cura. La Sicilia poteva vivere di tutto questo e ha preferito fare industria. Ma non voglio entrare in problemi più grandi di noi, perché i problemi già li abbiamo, l’arte deve aiutarci a capirli e a superarli.

Il messaggio che viene da questi quadri è questa forza, questa forza lirica del paesaggio: il paesaggio che diventa poesia e poesia vuol dire fare, vivere; poieo in greco vuol dire “fare”, chi fa sta vivendo, chi non fa non vive. L’arte vera è vivere. È come vivere che importa, e questo è un esempio: attraverso la poesia, attraverso la pittura, Salvatore Girgenti, arrivato a oltre ottant’anni, continua a vivere, a dirci ancora qualcosa, a darci i suoi messaggi. Questo mi commuove, perché un uomo che sta male ma continua a credere nella bellezza della vita è un messaggio.

A volte è necessario
commisurare all’impeto
della materia che risorge in luce
in suoni, in certezza,
l’intima pena
di darsi un nome:

nello specchiarsi verdecupo del monte,
sulla distesa delle acque,
nel turbarsi dell’azzurro
dinanzi la notte cercare,
un consenso…

Sono parole straordinarie. Noi dobbiamo darci un nome. Che vuol dire darci un nome? Sapere chi siamo, capire che cosa vogliamo, chi vogliamo essere, questa è una grande poesia, così come questo piccolo quadro. Abbiamo ripercorso i suoi quadri fin dai primi anni, grazie anche al nipote che li ha disposti in senso cronologico nelle diapositive. Mi piacerebbe vedere altri quadri dei primi anni, quando era prevalentemente poeta e scrittore; poi ha capito che aveva bisogno del colore e credo che questo sia importante: mentre il poeta, attraverso la parola, riesce a incidere un concetto, la pittura non incide un concetto, lo fa vedere, e poesia e pittura sono cose che si legano insieme benissimo.
Quindi Salvatore Girgenti è un figlio di questo territorio che è stato capace, andandosene, di rimanere figlio e di parlare del suo territorio. Questo è il segreto e il mistero dell’arte.

Essere siciliani vuol dire essere portatori di grande cultura, essere capaci di pensare il mondo, essere capaci di far sì che il nostro pensiero vada avanti. Non so perché noi ci blocchiamo, ma dobbiamo aprirci.

Lo scrittore Paolo Messina mi aveva parlato di Salvatore Girgenti. Poi, mi sono trovato in una galleria di Palermo dove erano esposte le sue opere e dove ho incontrato il nipote, e oggi eccomi qui a parlare di lui come se fosse un mio vecchio amico. Ma devo dire che egli mi ha parlato, attraverso i suoi scritti e i quadri che stiamo vedendo. E allora posso aggiungere che il percorso di Salvatore Girgenti sul piano estetico è degno di essere ricordato per un’altra ragione. Guardavo quel quadro datato 2009 in cui c’è un’astrazione straordinaria in cui apparentemente è ancora riconoscibile un fatto reale, dei fiori: ma in realtà quello che vediamo è l’universo. Quelle corolle rosse che potrebbero fare riferimento a un fiore, quella immagine quasi acquatica o aerea, ci ricordano la nostra vita sospesa in un universo che noi non conosciamo, il mistero del mondo in cui noi siamo. E pensare come darci un nome vuol dire chiederci come dobbiamo essere, che cosa fare della nostra vita, come trovare un consenso, come dice lui, che è una cosa stupenda. È bello trovare un consenso perché noi siamo uomini, non siamo chiusi in noi stessi come monadi, abbiamo bisogno di guardarci, di parlarci, di esprimerci. Proprio per questo abbiamo bisogno di un consenso o magari di un dissenso, ma intanto abbiamo bisogno di guardarci.
Leggo questi versi per concludere:

Negli anfratti oscuri e contorti
della scogliera
tristi coreuti commentano
la nostra rappresentazione.

Questi tristi coreuti chi sono? Nella tragedia greca sono quei personaggi che precedono il coro, sono tristi questi coreuti. Dove? Negli anfratti, in mare, e il mare rappresenta la vita, rappresenta il mistero: cosa c’è in questo mare? Noi facciamo parte di questo mare, noi da questo mare usciamo per trovare un consenso, per darci un nome, per rappresentarci. E qui torna la sicilianità, Pirandello: noi siamo teatro, ma teatro che cosa vuol dire? Thea in greco vuol dire “vista”, quindi teatro è stare insieme guardando e meravigliandosi, altrimenti non è teatro. E Girgenti ha fatto il teatro.

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