Il respiro della Natura

 Riflessioni a margine sulle poesie di Salvatore Girgenti

Nell’indagare l’universo poetico di Salvatore Girgenti occorre partire da una premessa: Girgenti non può essere considerato in alcun modo “un poeta della domenica”, un letterato dilettante che compone per soddisfare un vezzo passeggero: dietro i suoi versi si individua piuttosto un ampio retroterra culturale, che parte da una solida formazione classica e abbraccia la poesia romantica, quella simbolista e decadente, da d’Annunzio a Pascoli, nonché la poesia italiana del primo Novecento, dai Crepuscolari a Montale. Quest’ultimo in particolare, diviene, come vedremo, modello di riferimento costante e privilegiato, nei temi, nello stile, nel lessico, negli scenari che fanno da spunto alle liriche (i paesaggio marini di Girgenti rievocano le aspre costiere liguri di Ossi di Seppia). Non è certo un caso se sul retro di una tela del maestro siano stati rinvenuti di recente, quasi in epigrafe, alcuni versi del poeta ligure e non è un caso che uno dei suoi dipinti abbia come titolo “L’agave sullo scoglio”, titolo di una nota lirica di Montale.

Dietro le sue pagine non si legge l’estemporaneità dell’improvvisazione, ma un faticoso esercizio di stile, una ricerca formale che non è mai fine a se stessa, ma estrinsecazione di una parallela ricerca di un senso ultimo dell’esistere, espressione di una tensione morale; così in A volte è necessario, testo che può essere considerato il manifesto programmatico della sua attività di poeta-pittore, Girgenti enuncia appunto l’intima pena di darsi un nome e il desiderio di trovare attraverso la parola poetica una comune dimensione, che associ tutti gli esseri umani.

I luoghi cantati nelle liriche di Girgenti, intellettuale siciliano, trapiantato in età matura nel bolognese, sono soprattutto i luoghi della sua Sicilia, quegli stessi luoghi immortalati nelle sue opere pittoriche: sono i luoghi della campagna estiva, assolata, desolata, riarsa, pervasa da una luce abbagliante, sferzata dallo scirocco, o i luoghi della tetra campagna autunnale; sono i paesaggi marini della sua Isola, rappresentati in momenti e stagioni diverse, dai gelidi livori dell’inverno ai tersi scenari estivi, e delineati attraverso immagini evocative e pregnanti: gli anfratti oscuri della scogliera, i ciottoli e le conchiglie, le spiagge deserte, l’intreccio delle alghe, il volo di gabbiani, il tremolio delle lampare. Il mare, elemento primordiale per eccellenza, emblema dell’eterno divenire, è elemento ricorrente, è il Tutto in cui il respiro vitale di Girgenti tende a fondersi.

Il poeta con atteggiamento meditativo scruta le forme del paesaggio, ne ascolta le voci, indagandone gli aspetti fisici e metafisici, trasfigurandoli in simboli della condizione umana di dolore.

Più di rado le occasioni poetiche nascono dalla contemplazione di scenari urbani, colti attraverso il riquadro geometrico di una finestra: da qui le efficaci rappresentazioni della grigia città autunnale sferzata dalla pioggia, dove si leva solitaria la voce del “castagnaro” o dove risuonano gli schiamazzi dei “picciotti” che sguazzano scalzi e felici tra le pozzanghere.

Sotto il profilo stilistico la produzione lirica di Girgenti presenta caratteri diversi: in alcune sue composizioni il poeta appare saldamente ancorato alla tradizione letteraria, dimostrando una buona padronanza dell’endecasillabo, con l’impiego di rime alternate o incrociate, anche all’interno di componimenti strutturati come il sonetto; utilizza un lessico aulico, ricco di citazioni classiche (s’agglutina di mota, abbrivida, glauco, dolcesorridente, nerovestita, verdefiorito, lustrale, umbratile), fa ricorso a figure retoriche proprie della tradizione come l’inversione o l’enjambement. Altrove sa staccarsi dai modi più tradizionali e adottare con estrema disinvoltura il verso libero o il frammento lirico, è capace di utilizzare toni più colloquiali e prosastici, di accostare vocaboli colti e letterari a termini d’uso quotidiano.

Tema dominante nella produzione dell’artista è il suo rapporto con la Natura, con la totalità della vita universa: alla ricerca di un senso ultimo dell’esistere, il poeta si abbandona all’ascolto delle sue vibrazioni, avvertendo un’intima consonanza tra il proprio spirito e lo spirito che alita nelle cose. Da qui scaturiscono esiti formali differenti: liriche come Naiadea, Vento ci appaiono pervase da un panismo cosmico che rimanda ad una matrice decadente e dannunziana; in Naiadea i rimandi alle liriche di Alcyone ed in particolar modo alla Pioggia nel pineto e alla Sera fiesolana appaiono scopertamente palesi: il dialogo sotteso con una donna amata, cui il poeta si rivolge in seconda persona per invitarla ad immergersi nel ritmo della natura, l’uso di termini ed espressioni precipuamente dannunziani, infine l’impiego frequentissimo delle rime interne e delle figure di suono, che traspongono nella sonorità del verso la sinfonia della Natura (allitterazioni, onomatopee, assonanze). In Vento, ancora mediante il ricorso alle figure di suono ed ai fonosimbolismi, viene sviluppato un parallelismo fra l’istinto amoroso che anima il poeta, classicamente trasfigurato in satiro danzante, e l’energia cosmica della Natura, che si traduce nella esuberante energia dell’onda o nelle aspre sonorità del vento.

Alle composizioni di matrice dannunziana, dove predomina l’enfasi sonora del verso in forme metriche tradizionali, si affianca una serie di liriche in cui il poeta esprime il proprio sentimento della Natura ricorrendo a toni più intimisti. In Notte d’estate a Lercara Girgenti si abbandona ad un recupero memoriale e con pochi tocchi di pennello delinea una sequenza di sensazioni visive, olfattive e uditive da lui percepite nel corso di una notte estiva (l’odore del grano, il sussurro della cicala, il silenzio della notte), avvertendo una piena sintonia tra il proprio respiro ed il respiro cosmico. Tale sentimento diviene tensione etica verso l’amore e la felicità, piena consapevolezza del suo esistere e del suo essere nel mondo. Tuttavia l’uso dei tempi verbali del passato non si limita a porre questa esperienza in un tempo più o meno remoto, ma lascia sottintendere la transitorietà e illusorietà di questa condizione di beatitudine propria del passato, forse di una trascorsa età giovanile, cui sembra subentrare la disillusione dell’oggi.

In altri casi il sentimento della Natura si esprime attraverso testi brevissimi, che si compongono di poche immagini pregnanti: in Estate il risveglio tardivo del poeta nella intensa solarità della stagione estiva lo conduce alla rappresentazione del tempo come inesorabile ciclicità (lo “sgocciolare del tempo” è immagine ricorrente in Montale) alla visione di un mondo bloccato ed immobile dove convivono immagini di vita (la piena luce) e di morte (alberature disfatte).

Qui il tronco secco e solitario (elemento ricorrente anche nei dipinti dell’artista), che si staglia nell’atmosfera immobile e rarefatta, è una sorta di correlativo oggettivo, per usare un’espressione che è propria della poetica di Montale, la concretizzazione materiale della solitudine e dell’inquietudine esistenziale dell’artista. La medesima immagine dell’albero scheletrito, che protende i suoi rami al cielo, incarnando la solitudine dell’uomo e la sofferenza del vivere, è presente anche in La valle, ricchissima di echi pascoliani (si veda Nella nebbia di Pascoli) in cui l’io lirico del poeta contempla un paesaggio di assoluta desolazione, proiezione del proprio deserto interiore. Nei suggestivi versi de Il Fondo, il forte senso di comunione con la Natura si evolve in “cupio dissolvi”, desiderio di annientamento, ansia di dissolvere il proprio io nel ciclo vitale, di stremare la fredda paura vitale annientandosi nel gorgo abissale, nella insondabile profondità degli abissi marini, disperdendosi nel Tutto.

Talvolta, in liriche come La Meta o È dolce cosa del 1960, la contemplazione della Natura sfocia in una fulminea e momentanea intuizione di un Assoluto che sta oltre l’apparenza delle cose, in una folgorazione istantanea. L’animo del poeta irrompe allora in uno spazio infinito, dove l’istante sembra dilatarsi (l’istante si slarga in un impeto/ che non è più dei sensi). È il tema, tipicamente montaliano, della ricerca di una meta, di un varco che metta l’individuo in contatto con il soprannaturale, dando un senso alla grigia quotidianità dell’esistenza. Tale tensione appare tuttavia destinata a rimanere insoddisfatta, dal momento che all’improvvisa folgorazione, all’epifania del miracolo, subentra la disillusione; all’individuo non rimane allora che affermare la propria dignità nella serena accettazione della propria condizione esistenziale, il vaneggiare insonne una patria negata per sempre o la coraggiosa chiaroveggenza del Nulla.

E l’uso del termine “chiaroveggenza” non può apparirci casuale: si tratta infatti di un termine topico nella poesia del primo Novecento (utilizzato da Camillo Sbarbaro in Pianissimo e da Guido Gozzano in Totò Merúmeni), cui si associano in Girgenti numerosi altri temi propri della letteratura del primo Novecento, espressione della condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo: i temi dell’atonia vitale, dell’aridità interiore, della nausea, della dissoluzione dell’io in una forma dimidiata di esistenza. Così si esprime in Vivo: Strano, vivo! In questo mio fittizio / protoplasma, iniettato di pensiero / non so per quale fatuo artifizio, / s’avvera questa parte del mistero: versi in cui si afferma l’esistenza individuale in termini di possibilità, di contingenza e che ci rimandano ai celebri versi di Gozzano in La via del rifugio: ma dunque esisto! O strano! / vive tra il Tutto e il Niente / questa cosa vivente/ dettaguidogozzano!/. In Vento di notte, partendo dalla contemplazione di uno scenario notturno, il poeta sviluppa il tema dello sgomento dell’io dinanzi a un mondo avvertito come privo di significato, dominato dalle leggi dell’Assurdo, tema leopardiano, ampiamente ripreso, da Pascoli in poi, da numerosi poeti del primo Novecento: Il silenzio che s’alterna immenso / allo spasimo del vento, / sa d’un vuoto abisso di mistero:… / Oh come perduto / atomo mi sento / vanamente mosso dall’Assurdo.

Contrapposta all’aridità interiore e sentimentale che contraddistingue l’animo del poeta vi è la figura femminile, simbolo di positività del vivere, tema ricorrente nella poesia del primo Novecento.

Paradigmatica in questo senso è la lirica A mia moglie, dedicata alla donna amata, dove alla figura del poeta vengono associati termini ed espressioni che rimandano alla sfera semantica del deserto e ad una condizione di aridità sentimentale ed interiore (arida estate, inverno avaro, sterpaglie, stoppie), mentre la donna viene associata ad immagini di vitalità, fertilità, purificazione, rigenerazione (pioggia, frescura, vento di mare, vergine immune).

La donna è dolce-sorridente, con una citazione catulliana (dulceridentem, carme 51 di Catullo) utilizzata per ben due volte da Gozzano in Le due strade in riferimento ad un personaggio femminile, la diciottenne Graziella, che incarna la positività del vivere. La medesima contrapposizione è presente in Desiderio, in cui viene delineata con pochi tratti l’assolata immobilità del paesaggio estivo della Sicilia, con il quale il poeta, rappresentato in una condizione di inerzia fisico-morale, sembra volersi compenetrare fisicamente (Io mi stendo inerte; m’aggravo come / terra della stessa terra); l’unico sollievo a tale aridità è costituito dall’alito femmineo, dallo splendore di un sorriso, che tuttavia non è mai raggiunto ma solo vagheggiato.

Nella lirica Piove sulle vie, ricca di echi montaliani, il motivo della positività del vivere viene incarnata non da una figura femminile, ma dai giovani scalzi che sguazzano tra le pozzanghere (con un’immagine che richiama un’immagine analoga presente ne I limoni di Montale) e che il tempo non impaura (ricordiamo la figura della giovane nuotatrice Esterina in Falsetto, che la dubbia dimane non impaura); tale condizione si contrappone alla fissità del poeta, che osserva la vita svolgersi da lontano; da qui la duplice dialettica tra dinamicità della vita incarnata dai giovani e immobilismo del poeta e tra spazio aperto, inteso come luogo della vita, dove può compiersi il miracolo, e spazio chiuso e simmetrico, luogo della consuetudine e della noia.

Talvolta in Girgenti l’occasione poetica nasce da un dialogo sommesso e confidenziale con una persona cara, come in È dolce cosa, dedicata all’amico Giovanni, in cui il poeta si abbandona ad un recupero memoriale di sapore quasi proustiano o in A Stefano Coppini, una lirica dell’età senile, dove ritornano temi e motivi della giovinezza. Come ne Le Occasioni di Montale, il poeta si rivolge ad un interlocutore, Stefano, alter ego di se stesso, che vive in una casa sul mare, isola felice, cellula di miele (espressione montaliana), luogo privilegiato dello spazio e categoria dello spirito, dove l’amico coltiva i proprio sogni di isole lontane ed Eldoradi.

Qui lo scorrere ciclico del tempo è evocato dalla risacca, che dilava sulla battigia ciottoli e conchiglie con alterne lamentazioni, tempo della Natura che scorre in parallelo con il tempo dell’esistenza umana, in cui si alternano i giorni alle speranze, in cui “tristi coreuti”, dagli oscuri anfratti delle rocce, commentano la vanità delle vicende umane.

Ritorna dunque nei componimenti della maturità la visione, già sviluppata nella lirica Tempo, della vita come “farsa umana del bene e del male”, “eterna e comica giostra” in cui l’uomo è portato a “illudersi nell’ore di festa”, a coltivare sogni ed illusioni, destinati inevitabilmente ad infrangersi.

Concluderei questo breve excursus con ciò che scrive l’autore nel 2006 a proposito del ruolo dell’artista nella società contemporanea, parole che trovano precisa rispondenza nei suoi versi: “la storia dell’uomo, dalla prima fiducia a una realtà metafisica giunge a un punto morto, in cui si concretizza la sicurezza della solitudine, la sensazione di essere “solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole” e che ci sia soltanto la sua dignità, l’amore e la consuetudine col prossimo. Questa è la strada: essere testimonianza di questa filosofia, mostrare la vera consistenza del mondo, fuggire dalla banalità, dalla volgarità, essere coreuta di questa tragedia che non finisce mai” .

Daniela Scandariato